Burial
Untrue (Hyperdub - 2007)
- Premessa -
scusate la latitanza di questi giorni (è desinata a prolungarsi almeno fino a Natale), ma ho diverse scadenze in ufficio, sono molto preso dalla moderazione sul Forum GT, ho l'influenza, la settimana prossima sono fuori città per lavoro , etc etc...
Burial è, come qualcuno prima di me lo ha già ribattezzato, lo stato dell'arte dell'Ambient Dub, londinese. Il suo esordio, come musicista (era già un'affermato produttore), è di soli due anni fà e gli valse la citazione in numerose classifiche dei migliori dischi del 2006.
Se l'omonimo Burial aveva necessitato di 6 anni di gestazione, Untrue arriva nei negozi un po' meno elaborato, meno celebrale, più genuino e con un pizzico di malizia markettara in più. Solo 5 persone all'infuori dei familiari sanno che Burial è un musicista.
Un'altra differenza fre i due capitoli della discografia di Burial sono le atmosfere, decisamente più nottornue, spaziali e ipnotiche in questo Untrue.
I bassi pesanti di Burial dipingono paesaggi di una Londra industriale, dove gli scarponi si sprcano di fango, il genere di posto dove nessuno vorrebbe passare proprio prima di rimettere piede sul parquet di casa.
Voci deformate come plastica vinilica sciolta, artificiosità estetiche a rallentatore, nebulose primordiali sottoforma di elettronica ambient, scricchioli della puntina sui solchi rovinati di un vecchio vineile. Tutto questo sulla punta delle dita di un compositore dell'era elettronica.
Avete mai visto Ghost In The Shell? Ricordate la scena in cui la protagonista robot, Motoko Kusanagi, s'immerge tuffandosi all'indietro dal bordo della baraca, di notte, nell'oceano? Ecco, questa è la sua colonna sonora ideale.
Attualmente, assieme a kieran Hebden, Burial è il leader indiscusso della scena elettronica londinese. Freccetta verde verso l'alto per lui!
Similar Artist: Kode9, El-B, kieran Hebden
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Etched Headplate
martedì, novembre 27, 2007
Burial - Untrue
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martedì, novembre 20, 2007
The Coral - Nightfreak And The Sons Of Becker
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The Coral
Nightfreak And The Sons Of Becker (Deltasonic - 2004)
Che i Coral avessero addosso l’argento vivo era chiaro dalla rapida sequenzialità dei loro primi due album. Due dischi in due anni è un ritmo da infarto per i dinosauri del rock, se poi ci aggiungiamo questo Nightfreak And The Son Of Becker datato 2004, la media diventa quella dei fenomeni veri. Tre dischi in tre anni!
In copertina campeggia la scritta "Mini Album”, lo giro e conto 11 tracce… mha, saranno sarcastici. Conosco qualche gruppo giurassic-babbione che con 11 tracce ci farebbe un doppio album più DVD e Extra-Bonus-Tracks e compilation a Natale.
Nel fortunato ed omonimo debutto, The Coral, si cimentarono in un rock dal sapor sixties dai toni allegrotti, in cui riverberavano sonorità alla Grease versione garage-blues. Nel 2003 bissarono con il più acustico Magic And Medicine. Non paghi, pochi mesi dopo, ecco Nightfreak And The Son Of Becker registrato in presa diretta nell’arco di pochi giorni. A loro dire solo per togliersi qualche sfizio sperimentale.
Il disco è caratterizzato da sonorità decisamente acide, pur confermano tutta la passione per lo strumentario vintage. Le chitarre stridenti di The Coral in questo caso si fondono all’acusticità malata di Magic And Medicine. Un letale mix evidente già dalle prime note di Precious Eyes. Apprezzabili il blues di Sorrow Or The Song e Venom Cabale che lascerà poi il suono blues mandato a 45 giri per uno sviluppo electro-dance. Notevoli anche la psichedelica di I Forgot My Name e l'elettrica Grey Harpoon.
Tutto qui assume un tono distorto, canzoni deviate e psichedelicamente oblique. Impossibile immaginare, solo ascoltandone l’inizio, come una canzone dei Coral possa evolversi o concludersi.
Se fino a questo punto i Coral sono un gruppo da tenere in considerazione e da apprezzare, fermatevi non andate oltre la produzione del 2004, sprechereste il vostro tempo, tutta roba annacquata.
Similar Artist: I'm Kloot, The Zutons
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Dreaming of you (from The Coral)
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lunedì, novembre 19, 2007
Robert Wyatt - Cosmicopera
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Robert Wyatt
Comicopera (Domino - 2007)
Per chi si fosse perso le puntate precedenti Robert Wyatt è il fondatore e batterista di uno dei gruppi di Rock Progressivo più influenti nella storia della musica rock: i Soft Machine. 7 anni dopo aver fondato i Soft Machine, nel 1973, Robert durante un festino cade dal 3° di un palazzo e rimane paralizzato dalla vita in giù. L'incidente lo prova duramente, nell'animo e nell'approccio alla musica e al suo strumento in particolare.
Da lì in avanti comincia la sua carriera solista, il debutto post-incidente lo incide addirittura durante il periodo di riabilitazione, è il magnifico Rock Bottom. La musica del Wyatt solista è a dir poco inclassificabile, rock progressivo, free jazz, musica etnica, tantissime sono le influenze che convivono nelle incisioni del musicista di Canterbury.
Comicopera è sicuramente un disco più leggero e meno denso di Cuckooland, più lucente in qualche modo più allegro. Forse anche da questo il significato del titolo. In realtà tutto si può dire di Wyatt tranne che sia un tipo allegro. Interessante, meditativo, filosofico, cupo, ironico, profondo... tutto tranne che allegro.
Il disco è diviso in 3 atti: Lost in Noise, The Here and The Now e Away with the Fairies. La divisione, simil formato vinilico, forse tradisce una velata nostalgia all'epoca in cui i dischi venivano concepiti in maniera organica ed incisi per essere ascoltati interamente. Comicopera è stato prodotto ed arrangiato da Wyatt, registrato in casa di Robert in Louth, con session man che lo stesso Wyatt considera amici e il cui apporto e tracciabile durante l'ascolto del disco.
Il musicista, come sempre, fa di necessità virtù e i mezzi espressivi che ha a disposizione vengono esaltati risultando un sound unico. I piatti della batteria, gli strumenti a fiato, la modulazione della voce trattata come uno strumento, danno corpo ad una visione della musica da una prospettiva "altra". Il linguaggio musicale di Wyatt apre all'ascoltatore nuovi paesaggi sonori non convenzionali, spiazzanti, ma sempre oggettivamente belli.
Comicopera non è certo Cuckooland, Shleep e tanto meno Rock Bottom, ma l'ascolto è caldamente consigliato e soprattutto, per chi ancora non lo conoscesse, l'avvicinamento è dobbligo.
Similar Artist: Soft Machine, Nick Drake, Pink Floyd, Scott Walker, Brian Eno
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Just as you are
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giovedì, novembre 15, 2007
iLiKETRAiNS - Elegies to Lessons Learnt
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iLiKETRAiNS
Elegies to Lessons Learnt (Beggars Banquet - 2007)Ok, e adesso come dovrei comportarmi?
Questo è un gruppo assurdo, questi 5 ragazzi di Leeds hanno appena pubblicato (ad inizio Ottobre) il loro secondo album, ed è di poco inferiore al loro esordio dell'anno scorso. Quello del 2006 era un capolavoro e questo poco meno. Indovinate un po' con chi sono usciti? Esatto, proprio così, con Mr. "simpatia" Beggar Banquet Records, quelli che l'anno scorso mi hanno fatto scrivere dall'avvocato per aver pubblicato un mp3 di Thom Yorke.
Ora un blogger che si rispetti dovrebbe avere i polpastrelli avvelenati, ma io non mi sono mai rispettato come blogger!
Avrei voluto scrivere un post monumentale su qusto ensamble post-rock, ma rileggendolo, mi sono reso conto che il post su Progress Reform dice già tutto della band e del loro sound. Gli ingredienti dei due dischi sono a grandi linee gli stessi. Progress Reform era una raccolta dei tanti singoli usciti in fase di gestazione pre-showbizing, Elegies to Lessons Learnt è il vero e proprio debutto.
Per dirla tutta il mio euforismo non è certo giustificato da una creatività sopra le righe. Gli iLiKETRAiNS non sono certo i Liars o i Fiery Furnaces. Anzi, diciamo pure che alla scuola d'arte questi ragazzotti lavorerebbero più di mestiere che di fantasia, ma il manierismo, da che mondo e mondo è mezzo di divulgazione artistica intergenerazionale, indispensabile per l'esistenza stessa dell'arte.
Elegies to Lessons Learnt ancora una volte riprende il topos della periferia suburbana devastata da una gioventù che si crede nuovamente sonica, e questa volta forse lo è più che in altre occasioni. I solchi degli iLiKETRAiNS, come i paesaggi di Gravenhurst, vedono i quartieri industriali inglesi dati in pasto alle fiamme, le chitarre s'alzano al cielo come lingue di fuoco, bruciando plastica e sputando fumo nero.
La batteria è solenne ed ama flirtare a lungo con i piatti, entrando delicatamente nelle trame del disco, ma di volta in volta, s'impone nelle lunghe code che s'impennano ad iperbole. Chitarre ritmiche fanno da tappeto alla voce baritonale di Dave Martin, per risalire la china dal baratro della disperazione, sulle ali d'un assolo. Volendo generalizzare lo svolgimento dei pezzi passa da una solennità "alla Red House Paintiers" ad una tracimazione (post)EMOtiva tipica degli Slint.
Elegies to Lessons Learnt è un disco che avrei voluto deprecare ma che non posso far a meno di amare, così come feci con Progress Reform. Post-Rock intriso di Dark-Wave Industrial. Gruppo assolutamente da seguire: genuini.
Similar Artist: Joy Division, Slint, Morrissey, Nick Cave
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The Deception
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martedì, novembre 13, 2007
Taglio del personale in casa EMI, ma questa volta tocca agli artisti
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Negli ultimi 10 giorni ci sono stati parecchi scombussolamenti in casa EMI. Il minimo comune denominatore? Nessuno, semplicemente la constatazione che c'è aria di cambiamento e che forse ha ragione chi sostiene che ci troviamo ad un punto di svolta (non si sa cosa ci sia dietro l'angolo, ma l'angolo è vicino). Tralascio la querelle in tribunale fra EMI e Michael Robertson e mi concentro sulle recenti dichiarazioni del CEO di casa EMI.
Ma prima: cos'è la EMI?
La EMI (Electric and Musical Industries Ltd), fondata ufficialmente nel 1931 in inghilterra, è quella che si è soliti chiamare una Major Label, ovvero una grande casa discografica, una multinazionale del disco. La EMI da sola detiene il 13,4% delle vendite di dischi a livello mondiale. All'inizio degli anni '90 la EMI tentò di acquistare la Warner, che rispose lanciando una controproposta di acquisto delle stessa EMI. Il gioco al rialzo fu interrotto dalla Commissione Europea, che non diede il nulla osta, sentendo odor di monopolio.
Negli ultimi anni la EMI si era fatta notare per una serie di furbe compilation natalizie dei maggiori artisti in catalogo, puntuali come il panettone. Si pensi alle deprecabili "Platinum Collection" dei Queen, di Mina, di Guccini... etc etc.
Negli ultimi mesi ne sono successe di cose in casa EMI. La notizia più sensazionale, è che la major ha reso noto, per bocca del nuovo CEO Guy Hands, che d'ora in poi chi non "lavorerà duramente" verrà licenziato. La cosa eclatante è che Guy non si riferiva agli addetti spedizioni, alle segretarie o agli operai della catena di montaggio, ma agli artisti stessi. E cioè a gente dello spessore (e mi riferisco allo spessore del portafogli) di: Kylie Minogue, Robbie Williams e Coldplay.
...While many spend huge amounts of time working with their label to promote, perfect and endorse their music, some unfortunately simply focus on negotiating for the maximum advance ... advances which are often never repaid...
Penso con una certa ironia ai tempi in cui era la Motown a potersi permettere di stipendiare mensilmente gli artisti, a prescindere dalle vendite, e a come si sia passati dallo starsystem a queste (più o meno) velate minacce.
Sorrido anche se ripenso alla poco felice intuizione di Guy di eliminare i dmr dai brani EMI acquistati su iTunes, in cambo di una maggiorazione danarosa. Forza ragazzi che qualcosa di buono lo troviamo alla fine, a forza di sparare cazzate!
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lunedì, novembre 12, 2007
Guided By Voices - Half Smiles Of The Decomposed
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Guided By Voices
Half Smiles Of The Decomposed (Matador - 2004)
Un pezzo di storia, oggi.
Mezzi sorrisi degli sciolti. Alla luce di quanto si sa già, ovvero che questo dischetto rappresenta il commiato del gruppo alla ribalta del palcoscenico, verrebbe da pensare che il titolo sia "solo" l’ennesima battuta arguta del sottile Pollard.
Un passo indietro.
I Guided By Voices sono un gruppo di culto della scena indie alternative americana, dall’ Ohio, incidono per la Matador e cavalcano l’onda ormai dai lontani 80 (l'esordio è datato 1984). I loro generi spaziano dal lo-fi, all'alternative rock e dal college rock al post-punk di cui abbiamo parlato solo pochi post fa.
Robert Pollard ne è leader assoluto ed è un vero e proprio genio iperattivo. Il disco precedente Heart Quake Glue (bellissimo) è di soli pochi mesi precedente questo, la discografia dei GBV conta in vent’anni quasi altrettanti dischi e Bobby Pollard dal giorno di pubblicazione di quest'album, ne ha già pubblicati altri 6 come solista.
Tutti questi numeri a giustificare la leggenda, secondo la quale, se avessero pubblicato solo la metà dei loro dischi, ma un po' più concentrati, sarebbero stati un gruppo alla pari dei Pavement o dei Pixies.
Mi piace dare l'ultimo saluto (non troppo tardivo, visto che già ne parlai all'epoca su una webzine) ai GBV, con questo che è il loro ultimo messaggio, ma non è certo il disco che consiglierei ad un neofita. Le 14 tracce totali, poche oltre i 3 minuti, come da copione, sono povere dell'entusiasmo e della vitalità che erano un po' il marchio di fabbrica dell'ensamble. Rimane un buon disco, impedibile per gli appassionati soprattutto per i valori intrinsechi, un finale più che decente, ma non un capolavoro.
Nonostante la mediocrità rispetto alla discografia precedente, Half Smiles Of The Decomposed si farà ricordare per alcune perle, quali le romantiche e melodiche Window Of My World, Tour Guide At Winston Churchill Memorial e Sing For Your Meat. O per episodi più obliqui come Sleep Over Jack, dove dopo un inizio lineare e ritmato si chiude con un finale psichedelico, ripetitivi beat elettrici si intervallano a ciclici e ipnotici strazianti "I Know". Più veloci e ritmate Gonna Never Have To Die, Sons Of Apollo dove Bob non si fa mancare un insolita introduzione rappata (o adesso o mai più) e Asia Minor dall’ interessante incipit pianistico.
Un capitolo chiuso definitivamente? Non credo, le reunion ultimamente vanno parecchio.
Similar Artist: R.E.M., Pavement, The Who
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Everybody thinks I'm raincloud
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martedì, novembre 06, 2007
30 anni dalla nascita del punk, 30 anni dalla fine del punk
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Il 28 ottobre 2007 è decorso il trentesimo compleanno di Neverminds The Bollocks, l'esordio dei Sex Pistols, convenzionalmente considerato la data di nascita del Punk. La storia della musica, come la Storia con la S maiuscola, ha bisogno di convenzioni e punti di riferimento, così poco importa che le estetiche alla base del Punk, fossero già da tempo sperimentate a Detroit, nelle incisioni di Stooges, Ramones ed Mc5, ad esempio.
Neverminds The Bollocks arrivò nei negozi preceduto da una grande attesa, 125.000 copie erano già state prenotate ancor prima che il disco fosse messo in vendita. I ragazzini che preannunciavano la rottura con l'Art-Rock, con il Progressive e con il "rock che non faceva altro che rigurgitare Chuck Berry", non ci misero molto a scalare le classifiche inglesi.
John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock celebreranno il trentesimo anniversario da quella storica data il 9 Novembre, con un concerto alla Brixton Academy di Londra.
Non sono mai stato un grandissimo fan del Punk, ho amato solo i Clash, che da molti non sono nemmeno considerati Punk. Questo per almeno un paio di motivi: pur avendo esordito lo stesso anno dei Sex Pistols, il gruppo di Joe Strummer sapeva suonare bene (caratteristica che andava contro la logica dei "tre accordi" in auge nelle bettole Punk) e fece un sacco di soldi.
Oltre ai Clash, non sono mai riuscito ad affezionarmi ad un genere che è nato come movimento ideologico ed è divenuto poi linea di abbigliamento. I Punk inizialmente erano giovani ragazzi senza distinzione di classe, c'erano sia appartenenti alla working class, che rampolli in vena di trasgressione. Ma già pochi mesi dopo, l'onda d'urto aveva calato d'intensità e il senso comunitario si era spezzato.
I gruppi più rappresentativi, che inizialmente dichiaravano di voler sovvertire il sistema, soprattutto quello discografico, ben presto si ritrovarono nelle mani delle stesse case discografiche. Il Punk era già una farsa anacronistica e contraddittoria. Trovo molto più interessante il proselito del Punk, ovvero il Post-Punk che interessò l'arco cronologico dal '78 all'84.
Nel 1978 Johnny Rotten (il cantante dei Pistols) lasciò il gruppo, in seguito a gravi incomprensioni sorte durante il tour americano. Non solo, l'ex leader del gruppo, si vide revocare il nome d'arte da McLaren, il manager dei Pistols. McLaren inizialmente lo aveva voluto per la sua prestanza fisica (sintomo di una pianificazione anche estetica, che cozzava un po' con i principi Punk) ed ora rivendicava la paternità e l'uso del nomignolo. John Lydon (questo il vero nome di Rotten) rimase segnato dalla piega che presero gli eventi ed è anche per questo motivo che decise di chiamare il suo nuovo gruppo Public Image Ltd (immagine pubblica ad uso limitato).
I Public Image, furono una sorta di gruppo Proto-Post-Punk, l'inizio di un nuovo approccio alla musica. Il Post Punk, partendo dall'Art-Rock, si prefisse l'obbiettivo di una musica moderna e modernista, arrivando anche a performances estreme che coinvolgessero le altre arti, come la poesia, il cinema, la letteratura e la fotografia. Il peccato capitale del Punk, secondo i Post-Punk, era stato quello di reinterpretare in maniera aggressiva e trasgressiva, un genere, quello garage, in realtà già esistente e quindi inadatto a rompere con la tradizione.
Alcuni gruppi Post-Punk, sono in assoluto fra i miei favoriti di sempre: Devo, Pere Ubu, Joy Division, Fall, The Smiths, Talking Heads, Gang Of Four...
Rispetto il Punk del '77, ma ho dei seri dubbi su chi "consuma" l'estetica Punk oggi (e non mi riferisco alla musica), un modello ormai barbaramente commercializzato e assolutamente privo di significato. Qualcuno mi spiega qual'è il senso, ad esempio, di Avril Lavigne?
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lunedì, novembre 05, 2007
Yo La Tengo - Prisoners Of Love
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Yo La Tengo
Prisoners Of Love (Matador - 2005)
Dopo tutto il parlare di negozi di dischi che chiudono e di vendite di CD, venerdì sono andato a trovare Beppe, l'ex proprietario del New Note, uno dei primi e storici negozi di Musica di Rimini (notare la M maiuscola). Non solo oggi il New Note non esiste più (da circa 15 anni ormai), ma Beppe ha, ahimè, deciso di rivendere qualche vinile personale, esponendoli nel negozio in cui lavora adesso.
Non entro nel merito della legittima decisione, ma l'ho aiutato ad alleggerire la sua sconfinata collezione di vinili, con non poco imbarazzo. Beppe ha dischi di ogni periodo, ma la sua sezione anni '80 non ha paragoini, e avrete ben capito di quali anni '80 stò parlando. In particolare io non ho resistito al richiamo dei primi due dischi degli Yo La Tengo, un gruppo che adoro, letteralmente.
Oggi Ride The Tiger (Matador, 1986) e New Wave Hot Dog (Coyote, 1987) fanno parte della mia modesta discografia vinilica.
Tutto quest'excursus per spiegare dove mi è nata tutta questa voglia odierna di parlare degli Yo La Tengo. E quale modo migliore se non consigliando (caldamente) questo Prisoners Of Love, una raccolta con cui il gruppo di Ira e Georgia festeggiava la ventennale carriera, appena due anni fa?
Il trio nato nel 1985 e composto dai coniugi Ira Kaplan e Georgia Hubley e da James McNew, ha attraversato le due decadi producendo album a ripetizione, senza mai sbagliare un colpo. Negli anni gli Yo La Tengo hanno conosciuto una sensibile, ma coerente, variazione stilistica. Se agli esordi la loro densità noise aveva colpito la scena indie americana come uno schiaffo, nei novanta la stessa mano è tornata sulla stessa guancia per accarezzarla con suoni più dolci, pur provocando ancora qualche turbamento.
Il doppio greatest hits Prisoners Of Love e l’ allegata raccolta di rarità A Smattering Of Outtakes And Rarities, fissano sulla tela il quadro di una carriera completa e vissuta ai massimi livelli. In quest'affresco convivono elementi estremamente variegati e a volte antitetici. Solo gli Yo La Tengo, maestri di equilibrismo, riescono ad integrare noise impetuoso ma mai scomposto, folk delicatamente ricamato, college pop ragionato, eleganti sonorità free-jazz, chitarre psichedeliche e ruscelli gentle rock.
Tanti gli album presenti, unico assente (o quasi) l'illustre Ride The Tiger, rappresentato in scaletta dalla sola The River Of Water ed escluso, in toto, dal booklet.
Prisoner Of Love è una granitica pietra miliare, stilata con criterio ed amore da un gruppo che, cosa non facile, ha sempre messo d’accordo critica e fans. Da avere.
Similar Artist: Television, Felt, Sonic Youth, Broken Social Scene
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venerdì, novembre 02, 2007
The Fiery Furnaces - Widow City
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Fiery Furnaces
Widow City (Thrill Jockey - 2007)
Dio solo sà quanto amo i Fiery Furnaces (e non mi riferisco all'episodio biblico narrato nel Libro di Daniele, nel Vecchio Testamento). I Fiery Furnaces sono i fratelli Elanor e Matthew Friedberger, nati a Chicago e costituitesi indie rockers a New York, nel 2000.
I Fiery Furnaces hanno un sound particolarmente innovativo, e solo il loro esordio, Gallowsbird's Bark, venne erroneamente inserito nel calderone garage tanto in voga in quel periodo. Da Blueberry Boat in avanti, i loro dischi sono unanimemente riconosciuti un capolavoro dietro l'altro (o quasi).
Widow City, nei negozi da poche settimane, è licenziato dalla Thrill Jockey, un'etichetta d'indubbia classe. Il passaggio a questa dalla Fat Possum Records, persegue una trend che li vuole accasati in una nuova label ad ogni nuovo disco. Hanno pubblicato, nell'ordine, per la Sanctuary, la Rough Trade, la Fat Possum ed ora, appunto, per la Thrill Jockey.
Widow City è sicuramente più nervoso ed irrequieto dei precedenti lavori, in due parole è più rock. Il disco ha le sferzate elettriche di Bitter Tea, le bizzarrie pop-psichedeliche ad intermittenza di Blueberry Boat e l'amore per la chitarra che Matthew ha recentemente palesato nel suo esordio solista Winter Women and Holy Ghost Language School.
I Fiery Furnaces del 2007 mettono da parte i paesaggi fanciulleschi e tirano fuori le unghie. La ritrovata grinta si materializza sulle dita di Matthew, sulle corde della sua chitarra e si riversa sulle candide melodie disegnate dalla voce della sorella. Quest'intermittenza costante, fra melodia ed ossessioni noise-elettroniche, plasma un sound attualmente unico. Widow City ha anche un mood vagamente orientaleggiante, ma all'analisi è più un valore percepito (anche nella copertina) che reale.
In Duplexes Of The Dead Matthew dimostra di non aver nulla da invidiare alle capacità rocker di Jack White. Il pezzo ha una struttura chitarristica compatta e potente, giro di basso catchy e il solito uso ipnotico dei synth. Anche Clear Signal From Cairo ha un discreto impatto sull'ecosistema del disco, bordate alla Flaming Lips e un frustrante gioco di rimandi fra la dolce voce di Elanor e le digrressioni chitarristiche del Matthew furente, scuola, ovviamente, Townshendiana.
Come di consueto tutto il disco ha un'andamento narrativo in cui è percepibile (dove più e dove meno) un filo conduttore. Il gusto novellistico, come nella bellissima The Philadelphia Grand Jury, ha sempre la meglio. Fra gli altri mood degni di nota nel disco, il romanticismo di My Egyptian Grammar e il funky di Navy Nurse.
Con tutto il rispetto, non ho dubbi su chi sia la miglior coppia di indie rockers attualmente in circolo.
Similar Artist: The Who, The Velvet Underground, The Withe Stripes, Captain Beefheart
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Ex-guru
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