giovedì, maggio 31, 2007

Wilco - Sky Blue Sky

INDIE ALBUM: Wilco
Sky Blu Sky (Nonesuch - 2007)

23:58, sono da poco tornato dal Search Engine Strategies 2007 di Milano (convegno sulle strategie di marketing per i Motori di Ricerca). Nonostante la stanchezza, non rinuncio a spendere due parole su quella che è stata la colonna sonora delle 2 notti in Hotel: Sky Blu Sky dei Wilco. Precedo ogni obiezione: sì, è un disco tutt'altro che adatto ad una città fagocita-tempo come Milano!

La prima cosa che va detta circa il nuovo lavoro della band di Jeff Tweedy, è che O'Rourke non imbraccia la chitarra, e questo non lo leggo dalle note in terza di copertina, ma è ravvisabile dalle prime 4 note di fingerpicking. La seconda costatazione è che O'Rourke si occupa nuovamente della produzione e questo è altrettanto immediatamente palese.

In Sky Blue Sky qualcosa è cambiato. Bella scoperta! In realtà in sei album il suono dei Wilco non è mai stato realmente ascrivibile ad un vero e proprio genere. E' stato solo, frettolosamente, accostato ad una fantomatica scena Alt.(ernative) Country, forse coniata esclusivamente per loro e per pochi altri emuli.
Così, solo per prendere in considerazione la triologia best-seller, siamo passati nei tre step Yankee Hotel Foxtrot - A Ghost Is Born - Sky Blue Sky, dal pop venato di country, all' roots da frontiera canadese, all'attuale folk country, acustico e riflessivo, con picchi di psichedelica schizofrenia.

Riflessivo e schizofrenico sono forse le parole chiave del disco, registrato presso il loft studio di New York. Così ci troviamo di fronte a costrutti musicali che per lo più partono acustici e fortemente folk e poi vanno a concludersi con prolisse code di chitarre rocciose, raggirate da serpentine d'organi.

Fra una steel guitar e una caccia al greezly, ci rendiamo conto che i Wilco sono maturati con noi. Le orchestrazioni che in Yankee Hotel Foxtrot erano un pretesto pop-giocoso, per stupire l'ascoltatore in maniera forse gratuita o involontaria, oggi sono convertite ad uso consapevole. Piano, organo e viole sono una scala a 45° per una facile ascesa delle perle di Tweedy nel firmamento dell'indie, cui Sky Blue Sky è l'ennesima tappa d'avvicinamento.

Una nota di plauso particolare è da assegnare alle liriche di Tweedy. Jeff è ispirato come ai tempi di Foxtrot ed ora, è quanto mai credibile l'epiteto "unico credibile erede di neil Young".

Similar Artist: Uncle Tupelo, Niel Young, Elf Power
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Please be patient with me

lunedì, maggio 28, 2007

Ariel Pink’s Haunted Graffiti 5 - House Arrest

REISSUED REVIEW: Ariel Pink's Hunted Graffiti 5
House Arrest (Paw Tracks - 2005)

Chi mi conosce sa che ho un debole per Ariel Pink e i suoi Hunted Graffiti (in realtà il gruppo è del tutto immaginario, visto che Ariel fa tutto da solo). La mia smodata passione per il funambolico musicista di Los Angeles, ha nel tempo inficiato parzialmente la mia attendibilità come recensore, visto che Ariel o si ama o si odia. Per cui, almeno la metà degli appassionati di musica sarà sempre in disaccordo con me, almeno per ciò che riguarda Ariel Pink. Tu da che parte stai, lo ami o lo odi?

Sondaggi a parte (anche se mi farebbe davvero piacere conoscere la vostra), ho scritto questa recensione per Losing Today qualche anno fa. E' piuttosto breve per motivi editoriali, spero sia comunque esaustiva. Buona lettura.

Ariel Pink è stato congelato criogenicamente nel 1969 ad un LSD party, forse quell’ epoca non era ancora preparata. Oggi ha 20 anni e nella sua testa tutto è ancora identico ad allora. Dietro il suo volto angelico e pulito, rigato da una cascata di capelli, si nasconde una mente musicale deviata ed incompresa, di quelle che farebbero gridare "al miracolo" Lester Bangs.

Ariel ha sulla punta delle dita una sensibilità pop da Re Mida, confinata nelle atroci distorsioni di una registrazione volutamente casalinga. Un aquila del pentagramma in una voliera lo-fi, i suoi voli pindarici sono fissati su nastro da una 8 piste Yamaha MT8. Il ragazzo compone inizialmente a tempo perso, fa musica (per sua ammissione) "assemblando strofe, parole, musiche ed effetti, come se stesse giocando con i lego". Successivamente, lo notano gli Animal Collective che gli procurano un contratto con la proprietaria Paw Tracks Records.

House Arrest tecnicamente è la ristampa del suo esordio del 2003 e non si discosta molto dalle pubblicazioni già note di Ariel. Proprio questa sensazione di "già sentito" determina una certa statica mediocrità. Pur tuttavia è un piacevole gingillo per chi non intende abbandonare il folletto di Los Angeles. Il disco lo vede nuovamente ed edonisticamente concentrato su se stesso, impegnato a consumare lunghi e visionari amplessi con mixer e chitarra. Primi passi.

“…le droghe lo fanno volare alto nel mattino…”

Similar Artist: Xiu Xiu, Khonnor, Magnetic Fields
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Life in LA (From Worn Copy)

lunedì, maggio 21, 2007

Travis - The Boy With No Name

INDIE ALBUM: Travis
The Boy With No Name (Independiente - 2007)

Ecco una recensione che non avreste mai voluto trovare sul vostro indie blog di fiducia. Ecco una recensione che non avrei mai voluto scrivere.

Ma non potevamo rimenere tutti nel nostro bel gioco delle parti? Io "rock snob" vecchio stampo (rispetto, con un po' di vergogna, tutto il decalogo de Il Rock Snob, tratto da ROCK, POP, JAZZ E ALTRO – SCRITTI SULLA MUSICA di Nick Hornby), e voi i lettori dai gusti difficili? Tante e tante discussioni a far i Bertoncelli, gli Scaruffi o gli Isidoro Bianchi, ed eccoci qui a parlar dei Travis. Eppure, una massiccia trasmissione su Radio Capital (la radio dell'ufficio) e una certa infatuazione ai tempi di The Man How, mi hanno portato a scar...hemm a procurarmelo.

Va detto fin da subito, i Travis non sono più quelli del '99, ne ora e ne mai. Una storia problematica (nel senso di travagliata, non nell'accezzione esistenzialista), per quanto compatita non fa di un gruppo una bandiera, punto. I Travis, o forse Fran Healy hanno una materia grezza notevole, ma forse la Sony, una produzione furbina e il catchy-pop made in uk, non sono i mezzi migliori per esplodere questa potenza. Cosa sarebbero i Travis nelle mani di una minor Scozzese dove i boccali sono riempiti a metà fra malinconia, poesia e pop d'autore?

Qalcosa di positivo c'è in The Boy With No Name (molto in realtà se paragonato a 12 Memories, del plurivenduto Invisible Band preferisco non parlare), e parlo di un certo ritorno. Il periodo che viene alla mente ascoltando Eyes e Wide Open e Selfish Jean è quello di Good Feeling, e ok, non ho detto The Man How, ma è pure sempre un ritorno ad una condizione precedente e migliore.

La produzione è affidata ad trittico a dir poco di grido: Nigel Godrich, Mike Hedges e Brian Eno. Ma francamente è il lavoro di Eno ad incuriosire di più, i dilatati echi di elettronica in Closer, probabilmente frutto di un suo intervento, vorremmo ritrovarli più spesso nelle 12 tracce del disco. Forse sarò blasfemo, ma mi sembra ormai tramontata la produzione di Godrich, che invero, non ha mai saputo rinnovarsi dopo Ok Computer. Vi prego toglietegli dalle mani xilofoni et simila.

12 canzoni oneste, che non hanno pretesa di essere memorie, ma che per la maggior parte sanno come rimanere impresse. Ovviamente tutte sono costruite, in maniera un po' ruffiana, sull'edonistica voce del cantante Fran Healy. Da sottolineare Big Chair (un incontro tra Radiohead e Beatles) e le romantiche Battleships e My Eyes di fattura tipicamente Travis.

We hate it when our friends become successful (Morrissey)

Similar Artist: Coldplay, Radiohead, Ocean Colour Scene, Oasis
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Closer
Battleships

giovedì, maggio 17, 2007

The Go-Betweens - Oceans Apart

REISSUED ALBUM: The Go-Betweens
Oceans Apart (Tuition - 2007)

E' passato un anno e poco più (6 Maggio 2006) da quando il cantante e compositore dei Go-Betweens, Grant McLennan, ci ha lasciato. Proprio per questa ricorrenza e per il fatto che mi spiace che se ne sia parlato così poco, ho deciso di ripubblicare la mia recensione del loro ultimo album in studio Oceans Apart.

Abbandonata la ruvidezza degli esordi, quella di Before Holliwood per capirci, lasciato il guitar pop che li avvicinava in un certo senso ai Television, i The Go-Betweens si reinventano abili tessitori di un credibile e romantico pop acustico. Questa virata verso suoni più catchy pop non è invero una novità, visto che dopo i 3 dischi che fecero la fortuna della Rough Trade negli ’80, gli australiani sposarono presto la causa acustica.

Questa nuova versione, di uno dei gruppi più romantici del decennio degli Smiths, ha già prodotto altri 3 dischi, cui questo Oceans Apart, edito dalla Tuition, si allinea benissimo stilisticamente.

Il mood dei Go-Betweens è sempre lo stesso, quel romanticismo decadente che li rendeva unici credibili antagonisti underground, del più cool “fenomeno Smiths”. Poco sembra cambiato, citazioni colte e mordaci come in Here Comes A City (“…why do people who read Dostoevsky always / look like Dostoevsky…”). Quello snobismo Morrisseyano, di chi è superiore e sa di esserlo (si ascolti “Darlinhurst Night”), sono cose che fanno ancora parte del loro DNA.

E’ bello poi constatare che non si è smarrita per strada nemmeno quella voglia di ricerca personale, quella necessità di indagare il proprio animo anche a costo di passare lunghe giornate in compagnia della tristezza. Insomma, le famiglie che hanno messo su nel frattempo, Robert Forster e Grant McLennan, non ne hanno intaccato la proverbiale vena malinconica. Così dopo una canzone passata a ripeterci che “…non ci sono ragioni per piangere…” (No Reason To Cry) ecco la spiazzante conclusione: “…dobbiamo trovarne una…”.

Si segnalano poi, in un disco omogeneo e maturo ma non per questo accademico o borioso, oltre alle già citate, anche la pregevole marcetta Born To A Family e la romantica The Statue.

L’ equazione finale potrebbe essere la seguente: i Go-Betweens anni 80 stanno ai Go-Betweens anni 90/2000, come gli Smiths stanno all’ odierno Morrissey, con un leggero vantaggio qualitativo a favore degli australiani rispetto allo Smiths solista.

Similar Artist: Felt, The Smiths, Television, The Clientele
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Right here
He lives my life

lunedì, maggio 14, 2007

Television Personalities - Are We Nearly There Yet?

INDIE ALBUM: Television Personalities
Are We Nearly There Yet?(Overground Records - 2007)

Cito quasi testualmente da wikipedia: "L'arte ... porta a forme creative di espressione estetica". Ma cosa accade all'arte quando diventa maniera standardizzata o peggio ancora prevedibile? (E con questa mia retorica non intendo certo dire che in arte non esistano i canoni).

Ma prima di rispondere, ricapitoliamo da principio. I Television Personalities sono un gruppo storico del periodo post-punk ('78-'84). Il gruppo oggi ha all'attivo oltre 15 album ufficiali, fin dagli esordi fece dell'ingenuità un feticcio, e fu capostipite, insieme agli Swell Maps, della logica pop "chiunque può farlo", ereditata dall' appena conclusosi punk.

Are We Nearly There Yet?, pubblicato solo ora dalla Overground Records, raccoglie 14 tracce antecedenti di un anno il capolavoro My Dark Places (domino 2006). Dan Treacy ha deciso di dedicare il disco ai Baskervilles, il gruppo di New York che ha organizzato un concerto benefico, le cui 1000 £ di incasso sono servite per scarcerare Dan (autodichiaratosi ovviamente "innocente").

In Are We Nearly There Yet?, pur rimanendo intatto in quanto a sagacia ed acutezza satirica, Treacy pare difettare di creatività appunto (e qui torniamo all'assunto iniziale). Soprattutto dal punto di vista musicale Are We Nearly There Yet? ha più di un punto debole. Svolgimenti banali, elettroniche involute, voglia di stupire a tutti i costi che porta, nei momenti peggiori, all'insofferenza e al tedio dell'ascoltatore. La quasi completa assenza di quell' innocenza genialoide e primordiale che in altri episodi era pura istintivà, sarà il peccato originale per quei fans che ancora inneggiano: "Avrebbero potuto essere meglio dei Beatles".

Ancora una volta le liriche sono pungenti ed esilaranti. Are We Nearly There Yet? conta su 14 tracce in grado di ridicolizzare in modo satirico (l'arte verbale dei grandi): Eminem, Peter Gabriel e altri luoghi comuni musicali. Rimangono intatti il suo nonsense e la sua sottile comicità inglese. Mentre è perlomeno curiosa la scelta di coverizzare If I Should Fall Behind di Bruce Springsteen e Mr Brightside dei Killers.

Dispiace, infine, che sia passato prematuramente a miglior vita lo scorso Luglio ... pardon il mio refuso freudiano, quello era Syd Barrett! Come dite? Sono sempre i migliori che se ne vanno prima?!? Questo lo avete detto voi! Io dico solo che con 10 anni di gap, Treacy è, a prescindere da cali fisiologici, l'alter ego vintage e politically scorrect del "diamante impazzito".

"Sono così orgoglioso e deluso da questo cd come niente di ciò che ho fatto prima." (Dan Treacy)

Similar Artist: Daniel Johnston, Syd Barrett, Wedding Present, Momus
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The Eminem song
Mr Brightside

giovedì, maggio 10, 2007

Modest Mouse - We Were Dead Before The Ship Even Sank

INDIE ALBUM: Modest Mouse
We Were Dead Before The Ship Even Sank (Epic - 2007)

Pare sia l’anno delle collaborazioni fra “topi” ed ex new-wavers. Così alla collaborazione fra Mark E. Smith (ex The Fall) e Mouse On Mars, si aggiunge quella fra Modest Mouse e Johnny Marr, con un “però”. Però l’ex Smiths è entrato stabilmente a far parte della line-up del gruppo di Issaquah.

A 13 anni dal loro esordio, nel 1994 per la K records, Isaac, Jeremiah e Judy dallo stato di Washington, tornano sugli scaffali nella loro forma migliore e con i riflettori puntati. Oltre ai vari collaboratori (in certi pezzi abbiamo anche la voce degli Shins, James Mercer, dietro al microfono), ritroviamo alla batteria il latitante Jeremiah Green.

Un buon critico, non dovrebbe lasciarsi influenzare da nulla che non siano i pezzi del disco, ma io non sono certo un buon critico e parto con almeno un paio di pregiudizi. Il primo: i Modest Mouse escono per la prima volta per una major. Il secondo: i Modest Mouse sono notoriamente uno dei gruppi “feticcio” del tramontante portale bitchforkmedia (in realtà pitchforkmedia: recenti cali di stile gli hanno valso il poco lusinghiero epiteto di bitchfork n.d.a.). E vi risparmio le menate sulla comparsata in The O.C., sul record di vendite alla prima settimana e sulle mega-copertine dedicate.

In realtà i pregiudizi di cui sopra mi abbandonano presto, e per scrollarmi di dosso l’ombra di Pitchfork, vi assicuro, ce ne vuole parecchio. We Were Dead Before The Ship Even Sank è un signor disco, il marchio è inconfondibilmente quello dei Modest Mouse, ma il suono è assolutamente figlio di quest’epoca musicale, attuale, vivace e speziato. Il solito piglio da "ottimisti più per indolenza che per convinzione", si cimenta nella narrazione di un'incopiuto concept, a tinte noir, su novelle a sfondo marino.

I più credibili eredi dei Pixies (forse assieme ai Broken Social Scene, ma questi hanno ancora molto da dimostrare) riescono ancora una volte nell’unire riff spudoratamente catchy-pop, riverberi di musica tradizionale e una vocalità aggressiva spesso con cadenze rap.

La new-wave a marchio Johnny Marr è ravvisabile in diversi passaggi, la chitarra ritmica, in pieno stile post punk di Dashboard è solo il primo esempio che mi passa per il lettore. L’iniziale March Into The Sea, invece, battezza l’ascolto con un piglio grintoso, persino più audace di quanto il gruppo ci avesse abituato, ma è un’illusione. Le risate rauche, grottesche, ironiche e cariche di autocommiserazione, preludono infatti altre 13 tracce dove il dinamismo non oltrepassa mai la sottile linea dell’irruenza.

Ascolto non impegnativo, anzi. I Modest Mouse entrano a diritto nel novero dei classici, solo i grandi riescono a incidere dischi importanti con questa leggerezza. We Were Dead Before The Ship Even Sank non è certo una sorpresa, ma una piacevole conferma che innalza definitivamente la statura del gruppo. Easy-listening impegnato.

Similar Artist: Pixies, Built To Spill, Wolf Parade, The Islands
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Fire it up
Florida

lunedì, maggio 07, 2007

Dead Meadow - Feathers

REISSUED ALBUM: Dead Meadow
Feathers (Matador Records - 2005)

Ho scritto questa recensione nel 2005 (l’album è dello stesso anno) per una web-zine emo che oggi non si occupa più di musica indipendente. La recensione non è più disponibile sul loro sito e poiché il disco merita davvero ve lo ripropongo. Non ho cambiato quasi nulla nella recensione e nulla su ciò che penso di loro, ma ho preferito abbassare di mezzo voto il giudizio finale.

I Dead Meadow provengono dal distretto di Washington, quattro componenti e cinque dischi, dei quali questo ultimo Feathers ad un passo dalla perfezione. La band di Jason Simon è probabilmente il miglior gruppo psichedelico attualmente in circolazione.

I Dead Meadow nascono come trio nel 2000, sulle ceneri di un paio di gruppetti essenzialmente punk. Incidono il loro primo long playing per la Toletta Record dell’ex Fugazi Joe Lally, solo nel 2003 firmano per la Matador. Nel corso del 2004 arrivano all’attuale line-up.

Non incontreremo in Fathers un solo ammiccamento o compiacimento a qualcosa che stia al di fuori di un certo sound psichedelico più che mai apocalittico. Unici accenti fuori tema, un vago retrogusto proto-punk (solo abbozzato, più un ombra nel loro DNA che una reale intenzione), l’acustica “Stacy’s Song” e la romantica “At Her Open Door”.

Le canzoni, tutte lunghe, vedono le due chitarre protagoniste nell’avvolgersi e nell’avvolgerci; intente ad imbrigliare l’ascoltatore quanto mai offuscato. L’effetto stordente è lo stesso di un bicchiere di Barolo oltre la tua soglia si sopportazione.

Emergono dall’aura d’oscurità accordi carichi di pathos, come bolle d’aria da un mare di catrame bollente. Giovani, facce lisce, capelli lunghi, volti rigati da perle di sudore, in una mano l’ascia elettrica nell’altra l’amplificatore: questi sono i Dead Meadow. Percorrendo a ritroso l’albero genealogico delle influenze musicali, troveremmo sicuramente Spaceman3, Spiritualized, Comets On Fire e 13Th Floors Elevetor. Tra gli episodi migliori l’iniziale “Let’s Jump In”, il loro invito a tuffarci nel magma sonico, “Get Up On Down” e l’interminabile “Through The Gates Of The Sleepy Silver Door”.

Disco tutto da ascoltare, denso ma soprattutto pesante. Tutt’ altro che immediato: un faccia a faccia con le ombre della vostra coscienza.

Similar Artist: Spiritualized, Comets on Fire, Dead Moon, 12th Floors Elevator
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Mp3:
At her open door

giovedì, maggio 03, 2007

B. Fleischmann - Melancholie/SendestraBe

INDIE ALBUM: B. Fleischmann
Melancholie/SendestraBe (Morr Music - 2007)

Nel Febbraio 2006 la rivista tedesca de:bug invitò la label Morr Music ad occuparsi della colonna sonora di una di 4 serate alla Nuova National Gallery di Berlino. L'esposizione da accompagnare era "Melancholie - Genie und Wahnsinn in de Kunst". La Morr Music pensò subito a Bernard Fleischmann, già con i The Year Of.

Fleischmann compose per l'occasione Melancholie poi registrata live durante la performance al museo, la sera del 27 Aprile 2006. Con i suoi 49 incessanti minuti, la recensione di Melancholie, avrebbe potuto essere una telecronaca compilativa: esercizio di meccanica. Più o meno, mi era passato per la testa di impostarla così:
lunga introduzione di loop gracchianti
a 3 minuti fa la sua comparsata il cello, seguono la drum machines e la presentazione di una sexy hostess krauta
a 10 minuti qualche fingerpicking di contrabbasso
a 14 minuti, il ritmo si fa più sostenuto
...

In realtà proporre un elenco dei singoli addendi non mi avrebbe aiutato a restituirvi lo spettro della sommatoria finale.

Melancholie (omen nomen) è un lungo dipinto marino di blu profondo, tempera spessa sciolta sulla tela. Le singole forme sonore sono indistinguibili, il flusso contiunuo è perpetuato da affluenti sonori, la visone d'insieme è affascinante.

Venti malinconici d'elettronica cigolante, si stendono sulla tela come un sudario a pelo d'acqua. A rompere una superfice uniforme di suoni ondulati e tenui, lunghe scogliere di fisarmoniche a tratti campionate e distorte. Fleischmann, entra alla National Gallery di Berlino come uno tsunami garbato, dopo pochi minuti, siete già con l'elettronica alla gola.

Anche i 50 minuti di SendestraBe (letteralmente "palinsesto radiofonico") sono stati registrati dal vivo, il 29 Giugno a Vienna sulla torre OFR, il luogo più alto della citta. Poi il brano è stato ritrasmesso da 01 Kunstradio che precedentemente aveva invitato i sui ascoltatori ad un pic nic sotto la torre.

SendestraBe, sul secondo cd, è elettronica sperimentale, e quindi, paradossalmente, convenzionale per chi è già avvezzo al suono di casa morr music. Un piano sbiadito cerca sprazzi di luce fra malinconiche nubi di vinili gracchianti.

Nel complesso due dischi imperdibili.

Similar Artist: Four Tet, The Year Of, Mum


Mp3:
First times (from The Humbucking Coil)

mercoledì, maggio 02, 2007

Mr. Brace - Salvate il mio Maglione dalle Tarme

REISSUED ALBUM: Mr. Brace
Salvate il mio maglione dalle tarme (Tafuzzy - 2006)

Inauguro questa pseudo rubrica dedicata ai gruppi e agli album "made in Riviera" con uno dei dischi italiani più belli del 2006: Salvate il mio maglione dalle tarme. La recensione è reiussed, in quanto già apparsa nel Giungno 2006 su indie for bunnies, ed è taggata come "riviera sound". Buona lettura!

Indeciso sino alla fine se cominciare con una citazione Kirkegaardiana o con un onomatopea post-Modernista Morettiana, opto infine per riportare un fugace giudizio della mia dolce metà: “Sembra coso, come si chiama? Quello strano……Devendra Banhart!”.

Inutile starsi a scervellare sulle ragioni escatologiche o sui sentieri semantici del pentagramma, spesso le intuizioni che meno “san di latino” sono anche le più azzeccate, ed inoltre è innegabile che un certo fingerpcking ruraleggiante disegna un ligneo ponte fra l’illustre Fiogliodeifiori ed i riccionesi Mr. Brace.

Ma come in ogni disco inciso bene, c’è dell’ altro. Così oltre ad un sound giocosamente ricercato, che alterna il colto ed il bizzarro, il diavolo e l’acqua santa, scorgiamo sonorità lo-fi agresti degne del miglior Mr. Ward e intuizioni quantomeno creativamente colorite. Ideale per le feste estive, musica per l’ozio e per il dolce poltrire, ma che infondo (ma neanche troppo) nasconde verità esistenziali in agrodolce. Bello farsi cullare queste serpeggianti chitarre, come il vento fa con le messi di crinale.

Ottimi i infine i testi che rivelano una scrittura preparata e naturalmente dotata, audaci i costrutti linguistici, mai banali, spesso ai limiti della licenza, ma incredibilmente incisivi. Restano.
Come non ritrovarsi infine nella “teoria delle teste in fiamme: la gioia dei bambini ed il terrore delle mamme” (Ruggine)? E per favore levatemi dalla testa “Salame & Caffè”: già che sono un po’ ossessivo compulsivo, non riesco proprio a smettere di canticchiarla (sai che spettacolo!).

Similar Artist: M. Ward, Devendra Banhart, Bugo
Rating:


Mp3:
Salame & Caffè