Indie Riviera
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    martedì, febbraio 28, 2006

    INDIE ALBUM: Low Skies
    All The Love I Could Find (Flameshovel - 2006) - BUY HERE

    Similar Artist: Jeff Buckley, Nick Cave, Mark Lanegan
    Rating:


    Il verbo “love” ripetuto e coniugato più volte in copertina, un titolo che lascia poco spazio all’immaginazione. Non cercate segreti nel nuovo album dei Low Skies non li troverete.
    Armatevi viceversa della sana consapevolezza che proprio come la famigerata moneta, dietro alla facciata idilliaca di qualsiasi storia d’amore si può nascondere la più atroce delle sofferenze.
    Il terzo lavoro della band di Chicago è un disperato omaggio ai tormenti del sentimento più decantato, affronta con incredibile pathos e trasporto la perdita, la ricerca, la scottante consapevolezza di errori commessi, la semplice insoddisfazione.
    “I miss my partner / and the hands of his i never shook” (“Stone Mountain”) e “look in your rear view mirror / i cannot steer / i cannot speak / counting the tears i made you cry” (“By Your Full Name”), queste le due strofe con cui si apre e si chiude “All The Love I Could Find”, tutto il resto non è poi così lontano. Da queste parti argomento centrale sono storie personali, vicende che ognuno ha vissuto, se almeno una volta nella sua vita ha amato davvero,.
    A fare da ideale cornice alle liriche, il sound dei Low Skies sfodera pacati rigurgiti di folk, blues, cantautorato tra il country e ‘l’americana’. Riff dilatati, batteria mai invadente e poi la sofferta voce di Chris Salveter, capace di farti salire il groppo alla gola anche solo se si trovasse a canticchiare la lista della spesa.

    Lo stile compositivo è ispirato, coinvolgente, con estrema facilità porta alla mente tutti quei poeti di pene d’amore che hanno attraversati i recenti lidi cantautorali. Jeff Buckley, Elliot Smith, Kurt Cobain, Ian Curtis, appaiono improvvisamente seduti uno vicino all’altro in circolo, gambe incrociate, loro così distanti per radici musicali, atteggiamenti, background, ma così disperatamente accomunati da un rapporto sofferto, doloroso, con il sentimento amore.

    Dopo album indie-rock melodici e parentesi più marcatamente elettriche il catalogo della Flameshovel ci consegna un gioiello grezzo di rara bellezza e intensità, i Low Skies con “All The Love Could Find” hanno realizzato il loro “Grace“.

    Mp3:
    Levelling
    To Fail You

    You Can't Help Those People

    lunedì, febbraio 27, 2006

    INDIE ALBUM: Lying In States
    Wildfire On The Lake
    (Flameshovel - 2006) - BUY HERE
    Similar Artist: Audioslave, Incubus, Mad Season
    Rating:


    A ogni azione corrisponde una reazione. Ascolti Shakira: diventi scemo. Ascolti i Lying In States: probabile che diventi scemo lo stesso ma almeno ne è valsa la pena in minima parte. L’altra notte ho sognato che esorcizzavo la mia immagine di fronte a uno specchio. C’erano Greg Dulli, Evan Dando e James Dean che mi guardavano perplessi ma contenti di sapermi impegnato in qualcosa. Dalla tazza del bagno proveniva la canzone dal famoso ritornello “Siamo donneeee/Oltre alle gambe c’è di piuuuu” e dal soffitto pioveva miele nero. Mi sono svegliato sorpreso di essere ancora vivo. La mia pelle trasudava un malessere amarognolo: “Col Cazzo che mangio ancora la trippa a cena”. In queste condizioni ho ascoltato “Wildfire On The Lake”, quindi adesso decidete un po’ voi se fidarvi o meno di quanto segue. Tutto fila liscio. Casino e puzza di cucina indiana. Note semplici e basta. Ballate senza fratture scomposte della melodia. Niente di complicato: un suono americanozzo, assoli liquefatti e Brandon Boyd in soffitta vecchio e rugoso. Giochetti elettrici per dummies ma efficaci come una gomitata sulle gengive. Voci dai timbri altissimi manco fossero i fottuti Iron Maiden. AAARRRGGHH! Odiosi. Meglio cose più scassinate e acustiche: “Tell Me”. Eccoci. “Tell Me” va bene. Si si va bene….tutto fila. Va bene perché ecco diciamo che sono i Velvet Underground che piacciono a mio zio. Poi però tornano zeppi di sonorità strane e un po’ sconclusionate. Indecisi i ragazzi. Affascinanti ma ancora acerbi.

    Mp3:
    qg
    Turn
    Manis

    venerdì, febbraio 24, 2006

    INDIE ALBUM: Antennas
    Sins (Novoton Records - 2006) - BUY HERE
    Similar Artist: Longpigs, Kent, David Bowie
    Rating:


    Molte band dell’attuale scena indipendente venderebbero l’anima al diavolo per esordire con un singolo come “Always In My Mind”. Un ballatona romantica come forse non se ne scrivono più, mai banale nonostante tratti di un argomento trito e ritrito come l’abbandono, immersa in cascate d’archi che non poco richiamano certi cavalli di battaglia per cuori infranti del defunto brit-pop (mi permetto di scomodare anche “Wonderwall” dei Gallagher).
    Ora è il turno di “Sins”, debutto assoluto per gli Antennas, autentica prova del fuoco per capire se quel piccolo gioiello concentrato in cinque minuti era stata una semplice casualità oppure una mirabile promessa di sicuro talento.
    In realtà un primo ascolto mette subito le cose in chiaro, “Always On My Mind” rimane unica parentesi nel suo genere dell’intero album. Ma questo assolutamente non scoraggi, le restanti nove tracce hanno il merito di consegnarci una band dall’eccellenti qualità compositive, capace di avventurarsi in diverse e riuscite intuizioni sonore.
    In tal senso prezioso il lavoro del produttore Magnus Henriksson, meglio conosciuto come Existensminimum, perfetto nel plasmare il sound degli Antennas alternando drum machine e beat a finissimi arrangiamenti orchestrali. Canzoni nate come semplici composizioni acustiche pop-rock assumono quindi in fase di produzione piacevoli sembianze.
    Gonna Get It Right” e “Untie The Knot” uniscono alla voce perennemente tendente al falsetto di Christian Bjorkmann, forti ammiccamenti elettronici, lecito a questo punto lanciare un’occhiata ai credits dell’album alla ricerca del nome di Jay Jay Johanson, “C’Mon” e “When The Time Is Right” scelgono la strada delle chitarre elettriche , le ascolti e ti vengono in mente i Placebo intenti a scimmiottare i T.Rex (la canzone era “20th century Boy”) in quel tripudio ‘glam‘ che fu qualche anno fa la pellicola “Velvet Goldmine”. E ancora pop-rock di tipica derivazione british, schegge di Kent che inevitabilmente ogni band svedese elegge come propri “padri putativi”, almeno un altro paio di canzoni dal sicuro futuro radiofonico (“Adapt!” su tutte), questi gli elementi che liberano gli Antennas dal rischio di passare alle cronache come l’ennesima band one-hit-wonder e nulla più.

    Mp3:
    Always On My Mind
    Adapt!

    giovedì, febbraio 23, 2006

    INDIE ALBUM: Destroyer
    Destroyer's Rubies (Merge - 2006) - BUY HERE
    Similar Artist: Shins, New Pornographers, Spoon
    Rating:


    Come fu un paio di anni fa, quando gli Shins vennero ad illuminare con il loro Shiny Pop, il martoriato passaggio da un gelido inverno ad una speranzosa primavera, così è oggi con i Destroyer. “Destroyer’s Rubies” (dove rubies sta per il naso rosso tipico delle stagioni invernali), è il classico disco che tutti vorremmo avere nelle orecchie e tra i capelli in quei primi giorni di sole tanto agognati. La formula è la stessa di Shins (come già detto), New Pornographers e Spoon, ma con una concentrazione maggiore alle distorsioni e con strascichi di Blues probabilmente residui dell’ ultimo “Your Blues”. Ancora un gran colpo della Merge perciò, che si aggiudica anche i Destroyer, dopo Neutral Milk Hotel, Spoon e Clientele. Da avere (scaricare?!?).

    Mp3:
    European Oils

    3000 Flowers

    mercoledì, febbraio 22, 2006

    INDIE FACES: The Indelicates
    Similar Artist: Hefner, Dresden Dolls, James

    ‘Potically-correct’ è giusto, indelicati è meglio. Sembra passata un’infinità da quando avvinazzati hooligans imbracciavano chitarre acustiche, da quando operai falliti dal pesante accento cockney, tra una rissa al pub ed un rave a base di simpatiche pillole, cantavano, senza troppi giri di parole, la noia e gli eccessi delle periferie inglesi. All’epoca il quieto vivere non era certo regola comune, le band si detestavano, si mandavano al diavolo ad ogni occasione, nel peggiore dei casi auguravano o minacciavano vere e proprie eliminazioni fisiche (“spero che Albarn e James muoiano di aids…” vi ricorda qualcuno ???). Ora la situazione in Inghilterra è decisamente cambiata. I nuovi eroi rock di sua maestà, sono ragazzini appena usciti dal college con al massimo qualche canna in tasca, vestono alla moda, sorridono sempre, non rilasciano mai dichiarazione e soprattutto liriche fuori posto.
    Per chi si sentisse nauseato da tutto questo improvviso perbenismo, consigliamo vivamente di tener d’occhio i The Indelicates.
    Questi infatti odiano i bambini (“We Hate The Kids”), non fanno segreto di attendere impazientemente che una delle icone più discusse dei nostri tempi passi a miglior vita (“Waiting For Pete Doherty To Die”), affrontano qualsiasi argomento in un modo che definire ‘senza peli sulla lingua’ è un eufemismo (“But for the cum in your hair/The cocaine on your teeth/You'd be just like the girls/That I kissed on the heath” da “New Art For The People”).
    Marcatamente ironici e al tempo stesso capaci di parentesi malinconiche, la band sforna godibili composizioni di indie-pop melodico alla Hefner, non disdegnando incursioni in sonorità da cabaret-rock (“Vladimir” sembra uscire dal repertorio dei “Dresden Dolls”) .
    L’autorevole Rollingstone.com presenta così i The Indelicates : “Neo-Brecht/Weill theatricality? Check. Profane razor strop wit? Check. Irreverent misantrophy? Check. Scathing socio-cultural critiques? Check. Acid sweet indiepop songcraft? Check. Meet the first Great band of 2006, the fabulously unfashionable fabulous Indelicates…”… non penso serva aggiungere altro per attendere con particolare attenzione il loro debutto discografico.

    Mp3:
    Waiting For Pete Doherty To Die
    We Hate Kids
    New Art For The People
    Vladimir
    Julia, We Don't Live in 60s

    lunedì, febbraio 20, 2006

    INDIE ALBUM: Belle & Sebastian
    The Life Pursuit (Rough Trade - 2006) - BUY HERE
    Similar Artist: The Magic Numbers, Stevie Wonder, Orange Juice, T.Rex
    Rating:


    [English Version]
    With “The Life Pursuit”, their sixth studio album, Belle & Sebastian are set to seduce massive new audiences. Its catchy tunes, c
    omplete with a sixties-perfect production, all contribute to making it a listening pleasure from start to end. Older fans will recognize throughout the heavyweight retro and recklessness of “Legal Man”, their sublime 2000 single. But further listening will get them disappointed of the too marked air of recyclage. “The Life Pursuit” contains the same balance between gloomy ballads of lost souls, uplifting retro extravaganzas, bi-sexual innuendo, religious scruples and the odd plea for a better world that was available already in “Dear catastrophe waitress”, their previous album (as well as in most of their lps so far, actually). The problem is with its lyrics, that have become so irreversibly tangled they fail to incite any sympathy for their main subjects. Accordingly, Stuart Murdoch’s ability to perfectly mold these into seemingly simple pop patterns has risen to the level of virtuosity. Try fitting a line like “She wants to write a thesis on the population underprivileged” into the ironically hard-edged rock’n’rocll groove of “The Blues Are Still Blue” and you’ll get my drift. If you hear an electric guitar here and there ("White Collar Boy") a Bowie impersonation ("Sukie In The Graveyard") or a Stevie Wonder-esque reverberation ("Funny Little Frog") don’t be alarmed. Possibly, it’s a joke aimed at hugely successful fellow Scotsmen Franz Ferdinad (and the exaggerated attitude that got them there). Otherwise, it could manifest Belle & Sebastian’s life pursuit of someday becoming groovy/funky/sexy, without ever really wanting to get there.

    [Italian Translation by Axelmoloko]
    Con “The Life Pursuit”, loro sesto album, I Belle & Sebastian si apprestano a sedurre un maggior numero di nuovi ascoltatori. Il loro suono piacevole, completo di perfette produzioni sixties, contribuisce a creare un piacevolo ascolto dall’inizio alla fine. I vecchi fans riconosceranno le forti influenze retro di “Legal Man”, loro sublime singolo datato 2000. Ma ulteriori ascolti li deluderanno per un senso troppo marcato di “aria reciclata” .

    “The Life Pursuit” contiene lo stesso bilanciamento tra oscure ballate per anime perse, stravaganze retro, innuendo bi-sexual, scrupoli religiosi e dichiarazioni dispari per un mondo migliore, tutto già presente in “Dear Catastrophe Waitress”, loro precedente lavoro (come d’altronde nella maggiorparte dei loro LP). Il problema nasce con le loro liriche,
    divenute così irreversibilmente aggrovigliate che non riescono ad incitare alcuna comprensione per i soggetti principali. Di conseguenza, l'abilità di Stuart Murdoch di forgiare perfettamente questi in semplici modelli pop è sorta al livello di virtuosità . Provate ad adattare strofe come “She wants to write a thesis on the population underprivileged” all’ironico groove rock’n’roll di “The Blues Are Still Blue” e capirete di cosa parlo.
    Se cogliete qua e là una chitarra elettrica (“White Collar Boy”), imitazioni di Bowie (“Sukie In The Graveyard”) o riverberi alla Stevie Wonder (“Funny Little Frog”) non allarmatevi. Sembra essere uno scherzo mirato all’enorme successo degli scozzesi Franz Ferdinand ( ed alla loro esagerata attitudine che li ha portati lì). Altrimenti, potrebbe significare che 'la ricerca di vita' dei Belle & Sebastian stia diventando
    groovy/funky/sexy, senza volere realmente arrivare là.

    Mp3:
    Another Sunny Day

    venerdì, febbraio 17, 2006

    INDIE ALBUM: North Atlantic Explorers
    Skylines (Anniedale Records - 2005) - BUY HERE
    Similar Artist: Sigur Ros, Mercury Rev, Yo La Tengo
    Rating:



    Siamo veramente convinti che il post-rock sia morto e sepolto? In attesa di preziose indicazioni da parte dei Mogwai (il loro nuovo "Mr.Beast", uscirà a giorni) vale la pena analizzare il "North Atlantic Explorers-pensiero" riguardo rivalutazione generi musicali apparentemente esauriti.
    Non solo il post-rock non è morto, ma si presenta a noi rigenerato, sublimato se incrociato ad arte con altre influenze musicali. Questo è quanto suggerisce una suite di rara bellezza come “When My Ship Comes In”, traccia che nasce in tipico stile Sigur Ros per rivelarsi, con il passare dei minuti, in tutto il suo splendore di ballata dall’anima space-rock. Gli otto minuti iniziali stile pugnalata al cuore sembrano prospettare, per il resto di questo “Skylines” scenari musicali rarefatti, composizioni per lo più strumentali dal notevole impatto cinematico.
    Sfogliando con notevole stupore quest’album è invece chiaro il tentativo, per altro ottimamente realizzato, di dare sfogo alle molte influenze musicali che animano il gruppo, combattere il rischio dell’appiattimento sonoro pur mantenendo intatto un mood malinconico e sognante.
    Ne viene fuori alt-country per cuori straziati come solo Wilco e Lambchop (“Blue Moon On The Rise”, “I Will Not Leave You Alone”) scarne parentesi acustiche alla Sparklehorse (“Tonight, You Belong To Me”), incursioni in territori melancholy-pop (“Springtime”), ninna-nanne psichedeliche intrise di acido che rilassano anima e corpo e scatenano una voglia irrefrenabile di Mercury Rev. Depositario del nome North Atlantic Explorers e maggiore fautore di cotanta bellezza musicale è il canadese Glenn D’Cruze, assecondato nella realizzazione di “Skylines” da un’orchestra di quattordici elementi.
    In realtà l’idea corale di orchestra non emerge in maniera chiara e distinta. Strumenti come pianoforte, banjo, violini, slide-guitar, fiati, ma anche beat elettronici, fanno capolino per poi sparire in una sorta di toccata e fuga, non invadono la scena, caso mai arricchiscono il tessuto sonoro, ponendosi a completo servizio di melodie e liriche.
    Scoprire casualmente una perla come “Skylines” innesca una serie di spiacevoli considerazioni. “Quanti tesori come questi passano inosservati?” “Di quanta musica valida siamo all’oscuro?”. Grazie a dio le note suonate dal collettivo canadese conciliano la pace dei sensi. Il disco gira e tu non puoi far altro che metterti comodo, bloccare sul nascere qualsiasi cattivo pensiero, ringraziare il tizio che ti ha fatto scoprire quest' album e semplicemente chiudere gli occhi.

    Mp3:
    When My Ship Comes In
    I Will Not Leave You Alone

    giovedì, febbraio 16, 2006

    INDIE ALBUM: Judas Bull
    Stillborn Brainchild (2005)
    Similar Artists: The Mars Volta, The Fire Theft, Oceansize
    Rating:



    Una spirale di voci e sensazioni che si annoda lungo un percorso musicale progressive, indirizzato da lenti ritmi cadenzati e atmosfere liquefatte al sapore d'incenso. Così parte "Stillborn Brainchild" dei Judas Bull, un gruppo enigmatico dal quale affiorano reminiscenze targate Mars Volta e una voglia di sperimentare che però non sfocia mai "nell'azzardo" del post rock. Più che a canzoni, all'inizio si ha l'impressione di trovarsi di fronte a canti celebrativi; una sorta di collezione di nenie allucinate, immerse fino ai capelli nel liquido amniotico dell'alternative. Il disco presenta una sostanziale difficoltà d'approccio e può tranquillamente definirsi musica "non per tutti i palati", se non addirittura vero e proprio anticommercialpop. E' vero anche però che sporadicamente compaiono patteggiamenti con un sound più accessibile, fatto da chitarre acustiche o virate etniche tutt'altro che indecifrabili. Il disco è un buon prodotto anche se spesso il cantante se ne va per la tangente, suggeritagli forse da qualche bicchiere di tequila di troppo. La traccia che chiude il discorso fa brillare gli occhi ai fan più accaniti dei Korn e per un momento sembra quasi che il gruppo di J.Davis sia tornato più cattivo che mai immerso nella psichedelia al vetriolo. Il basso e le voci da crooners sembrano provenire direttamente dal centro della terra: suggestive un po' come tutto l'album ma da prendere a piccole dosi, pena un senso di monotonia sonora mortale. Proprio come tutto l'album.

    Mp3:
    Greedy Man *
    Para Ti *
    Sobre Tu *
    Dear Candy *


    * thanks to Morfablog


    mercoledì, febbraio 15, 2006

    INDIE FACES: Lucky Misu
    Similar Artist: The Postal Service, Notwist, Lali Puna
    Discografia: Fist Fight [EP] (2005), Vivalla [EP] (2005), Don't Tell The Kids [EP] (2006)

    In questi tempi di veloci cambiamenti tecnologici, la musica al pari di molti altri settori, cambia pelle con frequenza inaudita. Per giovani e sconosciuti artisti, grazie soprattutto a web e mp3, è ora più facile ottenere attenzioni, diffondere la propria musica il minimo indispensabile per ottenere una discreta esposizione, raggiungere in poco tempo ascoltatori nelle più disparate zone del globo. C’è anche chi, munito di un inossidabile spirito fai-da-te, salta a piè pari il problema legato alla sfiancante ricerca di un’ etichetta discografica, mettendo a disposizione interi album in formato digitale, gratuitamente o a pagamento, semplicemente utilizzando il proprio sito ufficiale.
    Esempio più che convincente è il progetto Lucky Misu, dietro il quale si cela lo svedese Daniel Bergstrom.
    Dalle pagine del web-site Daniel fornisce in free-download, con tanto di copertine, i tre EP fino ad ora realizzati come one-man-band. La musica di Lucky Misu è piacevole elettro-indie che nonostante l’approccio decisamente lo-fi appare curato ed altamente godibile. Lanciare un ascolto al recente “Don’t Tell The Kids” per credere. Bergstrom lascia correre beat elettronici per poi arricchire il tessuto sonoro alternandosi tra basso, chitarra e piano, realizzando ora contagiose parentesi elettro-pop (“I Repeat Myself”) ora intime composizioni strumentali (“Welcome Home”). Strano che Thomas Morr e la sua Morr Music non si siano ancora accorti di Lucky Misu...

    Mp3:
    I Repeat Myself (from the EP "Don't Tell The Kids")
    I've Got It (
    from the EP "Don't Tell The Kids")
    Welcome Home
    (from the EP "Don't Tell The Kids")

    Links:
    Download Lucky Misu EP's

    martedì, febbraio 14, 2006

    INDIE FACES: Hellsongs
    Similar Artist: Emiliana Torrini, Nouvelle Vague, Bjork

    Il regolare fruitore di musica non propriamente 'mainstream' è abituato alle infinite etichette usate per definire i vari generi musicali. Parole apparentemente senza senso, nate a volte da improbabili incroci, capaci quasi sempre di creare confusione e riempire la bocca dei finti intenditori. Del termine “lounge-metal” si prendono completa responsabilità gli Hellsongs, trio svedese, che con evidente senso dell’umorismo si cimenta nella realizzazione di bizzarre cover.
    Prendete famose canzoni heavy-metal, eliminate distorsioni, drumming e riff devastanti, le voci potenti di front-man lungocriniti , riducete il tutto ad un tappetino acustico di chitarre ed organi condito da gentil-donzella dall’ugola cristallina e avrete come risultato “gli Iron Maiden in versione unplugged affiancati da Bjork, intenta a fare le veci di Bruce Dickinson”.
    Non sono un ascoltatore devoto al 'dio metallo', per questo motivo mi astengo dal cimentarmi in improbabili confronti e considerazioni su canzoni originali e rispettive cover. Tuttavia le tracce, completamente free, raccolte sul sito ufficiale degli Hellsongs tracciano le coordinate di un trio particolarmente portato alla composizione di leggeri acquarelli acustici dalle frequenti incursioni lounge, “lullabies” semplici ed ispirate, sorrette dalla voce di Harriet Ohlsson, risposta tutta scandinava alle fatine islandesi (leggasi Emiliana Torrini e appunto Bjork) .

    Mp3:
    Breaking The Law (Judas Priest cover)
    Run To Hills (Iron Maiden cover)
    I Wanna Be Somebody (WASP cover)

    lunedì, febbraio 13, 2006

    INDIE ALBUM: Magnétophone
    The Man Who Ate The Man (4ad - 2005) - BUY HERE
    Similar Artist: Broadcast, Stone Roses, Four Tet
    Rating:


    “ The Man Who Ate The Man” segna il ritorno dei Magnétophone sulle scene dell’elettronica internazionale, a ben 5 anni di distanza dal convincente esordio “I Guess Sometimes I Need To Be Reminded Of How Much You Love Me", uscito nel 2000 sempre su 4AD records. Il duo di Birmingham in questo lungo periodo di gestazione ha esteso la portata del suo suono che ora si apre a dimensioni diverse, distanti nel tempo e nello spazio, che si fanno sinuosamente modellare dalla sensibilità elettronica di Matt Saunders e John Hanson. Dimensioni distanti ma non lontanissime: Manchester potrebbe rappresentare una prima, fondamentale tappa nel percorso magnetophonico; e per l’esattezza la baggy Manchester degli Stone Roses più sperimentalmente ballabili quanto attenti ai groove ipnotici (“ Withour word (stereo)”), che talvolta flirtano di gusto con le cavalcate metronomiche degli Stereolab (“ In the hours after”ma anche “Benny’s insobriety”) mentre in altre occasioni si limitano a fare capolino con i vocalismi Ian Brown style ( “And may your last words”) . Seconda tappa ancora nella natia Inghilterra, dalle parti dei concittadini Broadcast e poi su, verso le terre nordiche a fare visita ai Sigur Ros meno epici e struggenti "Sad ha ha (circled my demise)” per poi far ritorno alle proprie latitudini e farsi accarezzare dalle armonie cosmicamente leggiadre degli Spiritualized più intimistici (“I’ve been looking around me”).
    Oggi sembra quasi che la definizione del suono di un gruppo venga prima della descrizione delle emozioni che quel gruppo è in grado di dare. Il fatto è che se mi chiedeste come potrei definire i Magnétophone probabilmente non vi saprei rispondere ("Alpha Beti Bon-Tempi Underwater Electro-Hydro Sound-Fusion" potrebbe soddisfarvi? ), ma se per caso a qualcuno interessasse conoscere il mio giudizio su The Man Who Ate The Man” gli risponderei, senza esitare un istante, che è un lavoro di rara bellezza, di una spanna al di sopra della media.

    Mp3:
    Kel's Vintage Thought *


    *thanks to One Louder NYC

    venerdì, febbraio 10, 2006

    INDIE ALBUM: Arctic Monkeys
    Whatever People Say I am That's What I'm Not (Domino - 2006) - BUY HERE

    Similar Artists: The Strokes, Razorlight, The Libertines
    Rating:



    La nuova sensazione rock europea non proviene da una jungla al Polo Nord, come il nome del gruppo potrebbe far pensare, ma dalla Gran Bretagna. Da Sheffield per la precisione ed è attualmente la punta di diamante di quella rinascita brit rock che molti chiamano new wave. Gli Arctic Monkeys sono un gruppo di ragazzetti di età inferiore ai vent'anni che suonano un blues rock sporco e attaccato all'asfalto con la calamita. Storie comuni di gente comune, un po' quello che nel 1994 fece grandi gli Oasis di Definitely Maybe. Il disco in questione è un ottimo concentrato di adrenalina e belle speranze per il futuro, con quegli stop and go fulminei, con quella batteria "metronomicamente" arrabbiata e quei riffs acidi così anni settanta. Niente di nuovo sotto il cielo, eppure qualcosa si muove ascoltando "Whatever People Say…". Il "timbro sonoro" del gruppo è, per associazione istantanea, simile a quello di molti altri gruppi inglesi che attualmente popolano il sottosuolo musicale della terra d'Albione. Nel disco si ha l'impressione che i Razorlight vogliano suonare qualcosa di Jimi Hendrix: ecco quindi che "I Bet That You Look Good On The Dance Floor" diventa istantaneamente la miglior canzone (new) garage dai tempi di "Take It Or Leave It" degli Strokes. Rintracciabili nelle canzoni delle scimmie artiche i mille e più ascolti ai dischi sk(a)izzofrenici dei Madness (e a quelli "must" dei Beatles). Tutto, spesso, molto 1984; nel frattempo le copertine sulle riviste specializzate già si contano a decine. In alcune parti del disco si percepisce tutta l'energia che solo un gruppo di ventenni annoiati in città può mettere dentro una canzone. Ecco quindi la saliva sputata sul microfono e un impatto sonoro piuttosto lo-fi. Buona la prima ma da qui ad arrivare al "Best band of our generation" per il gruppo e all'ormai tristemente scontato "10/10" dell'NME ce ne passa davvero tanto.

    Mp3:
    Scummy *
    I Bet You Look Good On The Dance Floor **


    * thanks to RockInsider
    ** thanks to Glassheads

    giovedì, febbraio 09, 2006

    INDIE ALBUM: Alaska
    Nouveau Liberty (
    Marsh Marigold - 2005) - BUY HERE
    Similar Artist: Felt, Mojave 3, Sodastream, Field Music

    Rating:



    Chi segue dagli esordi la “nostra creatura” Indie For Dummies, avrà sicuramente notato la mia predisposizione naturale per il twee pop. Insomma ci vuole del coraggio a mettere Gravenhurst (grazie Giov) al primo posto della top ten 2005! Ed è proprio sulla scia di questa predisposizione per gli umori notturni e visceralmente sdolcinati della Bristol anni ’80, che mi accingo a presentarvi gli Alaska. Giunti con questo “Nouveau Liberty” a bissare il loro esordio del 1999, il gruppo di Hamburgo, promulga in ambito indie quel twee pop che i Clientele stanno da qualche anno in qua dirottando su circuiti un po’ più main strem. Descrivere la loro musica non è facile, certo non si tratta di sperimentazione e i canoni sono perciò facilmente ravvisabili, ma in questo genere sono le sfumature a far la differenza. Immaginatevi perciò i Felt più ispirati, i Mojave 3 o i più recenti Field Music. Questo è twee pop!

    Mp3:

    mercoledì, febbraio 08, 2006

    INDIE ALBUM: Isobel Campbell & Mark Lanegan
    Ballad Of The Broken Seas (V2 - 2006) - BUY HERE
    Similar Artist: Ennio Morricone, Lee Hazelwood & Nancy Sinatra, Johnny Cash
    Rating:


    [English Version]
    This winter, some fine indie albums are coming out. Cat Power, from New York, has issued Greatest Hits, an intensely mature folk album; there is a new Belle and Sebastian, more rocky than their previous efforts; and last but not least, Isobel Campbell’s Ballad of The Broken Seas, her second collaboration with Mark Lanegan, previously of the high testosterone punk group Queens of The Stone Age.

    Moving from album to album, first under the name The Gentle Waves and later under her own name, Campbell has gradually cast off her twee pop origins. Amorino, her previous album and her first since leaving Belle and Sebastian, was already a step into a different world of influences: bossa nova and Italian mambo, country music and a sixties cinematic atmosphere. Last year she released Time Is Just The Same, a mini album that featured Lanegan’s vocals on its first track.
    Now comes Ballad of The Broken Seas, which marks her final detachment from the dream pop style. It’s orientation towards a dramatic western-soundtrack orchestration, added by Lanegan’s rough-edged and at times bluesy singing puts Campbell in a much more feminine and assured position than she ever was.
    Surprisingly, Campbell and Lanegan did not record this album together. It was produced mostly in England, while Lanegan’s vocals were recorded separately in L.A. Only one song on it was recorded as a duet (in L.A): “Honey Child What Can I Do”, which is the only place in the album where one can detect an optimistic style of production characteristic to Belle and Sebastian. Elsewhere, the album emphasizes the darker tones of Lanegan, who does his best to sound exactly like Johnny Cash. The combination of Campbell’s breezy and lightweight voice and Lanegan’s rusted one is best witnessed in “The False Husband”, an homage to Hazelwood and Sinatra’s “Some Velvet Morning”. As is the case with this famous and charged duet, the two voices alternate, each with its own melody and tempo, in order to finally overlap.

    [Italian Translation by Axelmoloko]
    In questo inverno sono usciti alcuni ottimi indie-album. Cat Power, da New York, ha pubblicato “Greatest Hits”, un intenso e maturo folk album; c’è stato il nuovo Belle & Sebastian, il più rock se paragonato ai precedenti lavori; e ultimo ma non ultimo “Ballad Of Broken Seas” di Isobel Campbell, seconda collaborazione con Mark Lanegan.
    Attraverso diversi album, prima sotto il nome di The Gentle Waves più tardi sotto il proprio, la Campbell si è gradualmente allontanata dalle sue origini twee-pop . “Amorino”, il suo lavoro precedente e primo dopo aver abbandonato i Belle & Sebastian, si era già dimostrato un passo dentro un differente mondo di influenze: bossa nova e italian-mambo, country e atmosfere cinematografiche sixties. L’anno scorso realizzò “Time Is Just The Same”, un mini che ospitava la voce di Lanegan sulla prima traccia.
    Ora è il turno di “Ballad Of Broken Seas”, che sottolinea il suo definitivo allontanamento da uno stile dream-pop. Quest’album è orientato verso drammatiche orchestrazioni perfette per soundtrack western, il cantato di Lanegan grezzo e affilato, a volte blueseggiante, pone la Campbell in una posizione più femminile e sicura.
    Sorprendentemente, Campbell e Lanegan non hanno registrato quest’album insieme. E’ stato prodotto per gran parte in Inghilterra, mentre le parti vocali di Lanegan sono state registrate separatamente a Los Angeles. Una sola canzone è stata registrata come duetto (in L.A.): “Honey Child What Can I Do”, unica parentesi dell’album in cui è possibile ritrovare l’ottimistico stile di produzione caratteristico dei Belle & Sebastian. Per il resto il disco enfatizza il tono dark di Lanegan, il quale fa del suo meglio per assomigliare esattamente a Johhny Cash. La combinazione tra la leggera voce di Campbell e quella dura di Lanegan è ottimamente testiminoiata in “The False Husband”, un omaggio alla “Some Velvet Morning” di Hazelwood e Sinatra. Come nel caso del famoso e ispirato duetto, le due voci, ognuna con il suo proprio tempo e melodia, si alternano con ordine fino a sovrapporsi.

    Mp3:
    Deus Ibi Est
    Ramblin' Man

    Video:
    Ramblin' Man

    martedì, febbraio 07, 2006

    INDIE LIVE REPORT: Art Brut
    Dove: Zoo Bar, Roma
    Quando: 29 Gennaio 2006

    A qualche mese di distanza dalla loro ultima data romana (14 luglio 2005), gli Art Brut tornano nella capitale per promuovere il loro Lp d’esordio “Bang Bang Rock & Roll”, licenziato qualche mese fa dalla Fierce Panda.
    Il combo albionico sale sul palco verso mezzanotte preceduto da un paio di bands locali che nell’attesa non hanno annoiato il pubblico ( molto buoni soprattutto i secondi, mi pare si chiamassero Black Circus Tarantula). Il frontman Eddie Argos si presenta con un look da perfetto bevitore di whisky scozzese, mentre il chitarrista sfoggia una t-shirt ultrakitch di Shakira(!)…Dopo le note di colore veniamo alla musica. L’apertura viene affidata a “Formed a band”, che mette subito in evidenza che tipo di gruppo siano gli Art Brut live: goliardici, ironici, teatralmente divertenti. L’idea dell’intro che spiega il pezzo successivo, un leitmotiv dell’intera serata, ha certamente aiutato a stabilire un rapporto più friendly con il pubblico ma, almeno per i primi pezzi, a mio parere non si è rivelata tuttavia sufficiente a far decollare il concerto. Sarà per la mia posizione defilata, sarà per la location inadatta ad ospitare concerti per un pubblico troppo numeroso, sarà per l’acustica mediocre, ma per una buona ventina di minuti gli Art Brut non mi hanno entusiasmato. Con questo non voglio dire che i brutos siano risparmiati, tutt’altro, ma il suono mi è parso eccessivamente levigato, troppo poppegiante, privo di quel piglio dissacrantemente punk che rende invece l’album molto più che godibile.
    “My little brother”fila via senza lasciarsi troppo ricordare, va meglio invece con “Bang Bang Rock & Roll” con il baffuto cantante che va a declamare le strofe del pezzo tra il pubblico. Il live comincia a prendere la strada giusta quando il predicatore Eddie Argos presenta due pezzi nuovi: “St.Pauli” e un secondo brano di cui non ricordo il nome esatto ma che suonava obliquamente pop come le cose migliori degli Hefner. Finalmente vibrano le note di “Emily Kane” che fanno muovere parecchie teste anche nelle ultime file e di seguito una “Bad Weekend” che getta alle spalle tutti i dubbi che mi avevano colto in precedenza. In chiusura “18.000 lira”e “Good Weekend”( con un omaggio ai Kinks) terminano un concerto tutto sommato positivo nonostante le perplessità iniziali, che ha avuto, ad ogni modo, la “colpa” di finire proprio quando cominciava farsi interessante.
    Sufficienza piena meritata comunque, non foss’altro perché
    non si può non amare chi ha avuto l’idea geniale di scrivere una canzone punk rock per dire candidamente basta alle” songs about sex, drugs and rock and roll “perché”It's boring!”

    Mp3:
    Rusted Guns Of Milan (Live Version) *
    My Little Brother **
    Fight *

    *thanks to "Take Your Medicine Mp3"
    **thanks to "The Underrated"

    Links:
    BUY "Bang Bang Rock 'n' Roll"

    ***le foto contenute in questo post si riferiscono al concerto romano del 14 luglio 2005

    lunedì, febbraio 06, 2006

    INDIE FACES: Hey Hey My My
    Similar Artist: Turin Brakes, The Shins, Rogue Wave

    9 febbraio 2005, tra pochi giorni esattamente un anno fa. Festa di compleanno in un appartamento parigino, pochi amici intimi, cathering confezionato rigorosamente in casa, due chitarre acustiche, le canzoni di Nick Drake e Johnny Cash. Una sciagurata manovra ai fornelli o più semplicemente una sigaretta accesa ed improvvisamente le fiamme, gente che corre giù dalla scale, isterismo collettivo, tanta paura ma per fortuna solo quella.
    Garnier e Gaulier sul marciapiede improvvisamente illuminato a giorno dall’incendio, si guardano e tirato un sospiro di sollievo pronunciano “It’s better to burn out than to fade away”.
    Messa alle spalle la brutta esperienza e fatto tesoro di quelle parole recuperate da una una vecchia canzone di Neil Young, appunto “Hey Hey My My, prende vita questo duo indie-folk attualmente rinchiuso in studio per realizzare il debutto discografico atteso per il prossimo Settembre. I due Juliens indicano come principali punti di riferimento Beach Boys, Nick Drake, Franck Black anche se l’impressione che emerge dalle versioni demo sparse per il web avvicina gli “Hey Hey My My” a più recenti esempi di indie-rock marcatamente acustico rivisitati da una notevole capacità, tipicamente francese, di trattare la materia pop (Air, Kid Loco,Tahiti ’80). “Too much space” ha l’appeal radiofonico dei Turin Brakes meno scontanti mentre frammenti di the Shins e Rogue Wave emergono da una vena compositiva e vocale assolutamente da tenere in considerazione.

    Mp3:
    Too Much Space
    *
    Morricone (demo version)
    I Need Some Time (demo version)


    * thanks to ScissorKick

    sabato, febbraio 04, 2006

    INDIE ALBUM: Appaloosa
    Non Posso Stare Senza Di Te (Urtovox - 2005) - BUY HERE
    Similar Artist: Chemical Brothers, Oneida, Liars
    Rating:


    In Italia attualmente la via della perdizione passa da questo gruppo. Livorno, anno di grazia sconosciuto ma presente: gli Appaloosa danno in pasto ai discotecari unz e tunz, ai metallari in fibra di carbonio e agli indie boys tutti converse, frangetta e giubbini in pelle attillati, un disco frenetico e pieno di spunti. "Non posso Stare Senza Di Te" è un mix di UNKLE, Liars, e match di pugilato clandestini. Ap(p)ache è un loop continuo ed ipnotico mentre La Roby è un potente incitamento sonoro alla ribellione (non so verso cosa…attualmente credo che anche voi come il sottoscritto abbiate buoni spunti contro cui scagliarvi). E' come se gli One Dimensional Man avessero incanalato tutta la loro rabbia facendola convergere a forza mille verso un unico centro focale invece che disperderla in mezzo a schitarrate sghembe e rumorose ma spesso inconcludenti. Recentemente, intervistando, Simone Di Maggio, colui che negli Appaloosa ha il non facile ruolo di mettere in moto tutte le macchine più infernali del gruppo, è venuto fuori un nome a cui non avevo mai pensato prima: Melvins. Ecco. Gli Appaloosa, per certi versi, potrebbero tranquillamente essere la versione moderna e robotizzata dei Melvins. Adesso veramente credo che non serva aggiungere altro.

    Mp3:

    La Roby
    Jeff

    venerdì, febbraio 03, 2006

    INDIE ALBUM: Voltage
    Building The Bass Castle Vol. 1 (Flameshovel - 2005) - BUY HERE
    Similar Artist: Oneida, Liars, Chemical Brothers
    Rating:


    Altro che castello! Questo è un fottuto monumento imperiale al fuzz e alle imponenti scavatrici gialle dei cantieri edili. Licenziato dalla stessa etichetta dei Sybris la musica del progetto Voltage è un bel casino: insegue, rallenta, si tuffa nel buio e ne esce contaminata. Il sound contenuto in "Building The Bass Castle" è quello che i Chemical Brothers più volte hanno inseguito senza mai aver avuto il coraggio di fare fino in fondo. O forse non potevano, dato che nelle loro mani (letteralmente parlando) non ci sono mai stati strumenti arrabbiati di questo livello. In Italia un percorso simile è stato intrapreso recentemente con successo dai livornesi Appaloosa. Qui dentro ci sono 25 grammi buoni di Liars e 3 chili di azoto liquido. Ritmi digitali, computers che vomitano e amplificatori valvolari al massimo. Il disco perfetto per la quiete condominiale insomma. Al limite di un certo tipo di dance rockettara. Il problema, e non è un piccolo problema trascurabile, è che alla (semi)lunga questa musica stanca e non si vede l'ora di uscire fuori per andarsi a fare una passeggiata. Anche se è ancora freddo e ci sono -25 gradi al sole.

    Mp3:
    04
    05

    giovedì, febbraio 02, 2006

    INDIE ALBUM: Sybris
    Sybris (Flameshovel - 2005) - BUY HERE
    Similar Artist: Pearl Jam, The Distillers, Sleater-Kinney
    Rating:


    Avete presente quella melodia "soffice" e "dolciastra" strimpellata con la chitarra acustica dal vostro romantico indie-hero preferito? Avete chiari nella mente tutti i sogni nostalgici che si celano dietro a una copertina del genere, manco si trattasse di un disco emo-acustico? Ebbene, dimenticate tutto! Siamo proprio da tutt'altra parte. Questo è punk. E' elettricità che proviene da Chicago, certo inevitabilmente anche un po' nostalgica è vero ma perennemente plugged-in e priva di miele. La voce di Angela Mullenhour è appassionata, calda, selvaggia e rappresenta il punto d'incontro tra quella di Hope Sandoval, e Liela Moss dei Duke Spirit (ehm, anche se la prima che mi è venuta in mente a dire il vero è Sheryl Crow…). Dentro all'album omonimo dei Sybris c'è un denso concentrato di poesia sanguinante che essenzialmente cattura il cuore grazie ai momenti lenti del disco. Nella parte più dura, invece, l'odore è quello del ferro fuso e si tratta di punk nudo e crudo, garage, post grunge e qualche briciola di shoegazer, tanto per accontentare gli uccellini. Scuola "Surfer Rosa" e "Come On Pilgrim". In alcuni passaggi sembra quasi che la new wave britannica non esista più e che le frangette dei vari Franz Ferdinand e Babyshambles siano un lontano ricordo. Insomma, ladies and gentleman, ecco forse il nuovo ipotetico gruppo preferito di Billy Corgan. Icarus Line psichedelia? No, rabbia al mirtillo.

    Mp3:
    Best Day In History In Ever
    Breathe Like You're Dancing

    mercoledì, febbraio 01, 2006

    INDIE ALBUM: Finian McKean
    Shades Are Drawn (And Each For Only - 2005) - BUY HERE
    Similar Artist: The Coral, Sondre Lorche, Magnet
    Rating:


    Buona produzione licenziata dalla "And Each For Only". Un disco minimalista e apparentemente "leggero", straziato in verità da pene d'amore ("Oh My Heart Is Heavy") e melodie solari dal retrogusto amarognolo. Lo struggimento di Finian è un breve sogno acustico che si trasforma in qualcos'altro: da qualche parte sembra di vedere scappare Devendra Banhart a piedi scalzi, per poi scoprire che in realtà dietro agli schizzi di pre-war-folk (non lo chiamano così i veri intellettuali attualmente?) ci sono minuscoli intrecci elettrici piuttosto interessanti. Troppo facili e scontati i riferimenti a Bob Dylan ma se si vuole essere precisi non sono certo trascurabili nell'analisi di questo disco, che per buona parte vive della luce riflessa di "Blood On The Tracks". Ma il paragone più grande, se proprio lo si deve fare, è quello che vede la musica contenuta in "Shades Are Drawn" affiancarsi a quella schiera nordica di giovani promesse norvegesi capitanate da Sondre Lerche e Even Joahnsen in testa. Indie Pop romantico, cambi di ritmo e atmosfere spensierate quindi con in più un bel po' di blues e vino per un'opera con l'unica pretesa di far sognare all'ascoltatore una passione mai spenta e un paesaggio limpido. E scusate se è poco.

    Mp3:
    Shades Are Drawn
    Black Hole